LETTERA A VELTRONI
Sono una falegnama, pure straniera, che da sei anni si impegna nel progetto per la realizzazione della Casa Internazionale delle Donne. Un impegno un pò particolare. CHe cosa fà una falegnama in un progetto culturale e politico?
Parto da un pressuposto: tutte le espressioni delle donne, e tutte le diversità hanno bisogno di uno spazio in cui sperimenta e ci si evolvi a priori, incondizionatamente.
Sono una donna che ha lasciato il suo paese - senza marito, senza eredità, senza sicurezze economiche - credendo nel mio bagaglio professionale e nell'inventività.
Ho partecipato ad un corso finanziato dal fondo eoropeo e regionale (costato L 1.200.000.000) che aveva l'obiettivo di mettere a disposizione tutte le informazioni necessarie per avviare imprese di donne. Il passo successivo sarebbe stato di applicare le leggi previste - come la 51, la 215, ecc. - per le imprese di donne che si creano. Nonostante l'impegno di tutte, l'impresa non si è creata, perché non siamo riuscite a risolvere il problema dello spazio operativo.
Ho vissuto e lavoro a Trastevere e per me è stato fondamentale avere un forte rapporto con il mio vicinato, sia come soggetto politico, sia come falegnama, che come abitante.
Trastevere è un quartiere in cui aleggia ancora un riccordo di vivibilità a passo d'uomo (nel vero senso della parola: in cui tutto è accessibile a piedi) e in cui la vivibilità è misurata nell'avere a disposizione tutto il necessario (cio'è a portata di mano).
Questo creava forza e lo rendeva attraente (come tutte le forze), ma adesso il quartiere è soggetto di completa espropriazione, o meglio, oggetto di completa commercializzazione.
In un quartiere vivo ci servono posti operativi, ci serve il pittore accanto, ci serve lo scultore, il falegname, il fabbro...e anche quello che produce, che crea, che può anche finire negli spazi espositivi. Dobbiamo invertire la tendenza di specializzare e quindi ghettizzare un quartiere in dormitorio, o mangiatorio o posto di cultura. Il Comune dava incentivi per le botteghe che lasciavano i lcentro. Ma per farci che cosa?
Gli artisti puntano sulla creazione di communicazione, che è veramente importante nell'arte, nell'arte di vivere e convivere; esattamente il contrario dell'idea che per la creazione artistica si deve andare in profondo eremitage.
Questo manda in emigrazione la vita sociale di chi si nutre l'arte e anche l'artigianato. E' una cultura di vita che si basa sulla comunicazione, sulla diversificazione del linguaggio della vita.
Ma, ripeto, per creare ci vuole spazio, uno spazio che non è solo soggetto del mercato, e che ha gli stessi prezzi dell'industria, della pizza a taglio. Trasteve non può diventare una enorme mangiatoia, intasata di macchine nel weekend.
I pocchi spazi comunali rimasti sono andati agli Enti religiosi e privati (giustamente) seguono la strada del profitto immediato. Ma è questa l'immagine di Roma? Alcuni mangiano le anime, gli altri i portafogli?
Dalla mia bottega, solo oggi, sono passati tre gruppi per chiedere informazioni sugli spazi: chi vuole fare un teatro sperimentale, chi un loft di artisti, ecc.
Noi come donne in un settore così difficile già per gli uomini, chiediamo un'impegno preciso per dare la possibilità di applicare tutte le belle proposte messe nel programma elettorale, chiediamo di invertire la tendenza a commercializzare tutto, che farebbe impoverire tutti, per strappare un piccolo pezzo per sperimentare tanto.
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